di Giovanni Innamorati *
Una delle questioni di fondo del giornalismo, così come si sta evolvendo, riguarda l’accesso alla professione. Il rischio di un ingresso puramente classista all’Albo è dietro l’angolo e le decisioni che sta imponendo la maggioranza che governa l’Ordine nazionale stanno per trasformare tale rischio in una certezza.
Durante il Consiglio nazionale di maggio, il 20, come prima misura per coprire il disavanzo d’esercizio 2026 dell’Ordine, la maggioranza ha imposto l’approvazione di una delibera che riguarda le Scuole di giornalismo. Essa stabilisce che le Scuole devolvano all’Ordine 100 dei 150 euro dei diritti di segreteria che vengono richiesti agli studenti per le selezioni di accesso alle Scuole stesse. In più è stato prospettato che nel futuro Quadro di indirizzi per le Scuole venga introdotto un obbligo per gli Atenei di versare all’Ordine un contributo pari al 10% sulle rette di frequenza. La giustificazione di tale seconda misura, ha sostenuto il presidente Bartoli, sarebbe che le Scuole producono abbondanti utili in favore delle università, tesi non sostenuta da dati prodotti durante il Consiglio e contestata dai consiglieri indipendenti.
Sta di fatto che questa due mosse hanno prodotto l’inevitabile reazione degli Atenei. I consiglieri nazionali dell’Ordine hanno infatti ricevuto una lettera, datata 24 giugno, che ha come mittente la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) ed è firmata dagli 11 rettori degli Atenei che ospitano le Scuole di giornalismo. Le contestazioni partono innanzitutto dal piano giuridico. “Sotto il profilo del diritto – afferma la lettera – la motivazione addotta da codesto Ordine – legata al passivo del proprio bilancio interno e alla volontà di valorizzare economicamente il “marchio” dell’ente – non appare giuridicamente sostenibile. Il riconoscimento delle Scuole non risponde a logiche commerciali di co-branding, bensì a una funzione pubblica di formazione e accesso alla professione, normativamente regolata dalla legge istitutiva 69/1963”. Per quanto riguarda poi la devoluzione dei diritti di segreteria, proseguono i rettori “si evidenzia come tale misura configuri una surrettizia prestazione patrimoniale imposta. Le Università si troverebbero a riscuotere coattivamente somme da soggetti terzi (laureati non ancora iscritti all’Albo) per destinarle a un ente esterno, in totale carenza di base legale e di potestà esattoriale. Inoltre, tali diritti coprono solo parzialmente i costi amministrativi reali che gli Atenei sostengono per l’espletamento delle prove concorsuali”.
La seconda contestazione riguarda la fantasiosa affermazione che le Scuole producano ricchi dividendi per le università, asserzione che chi ha esperienza nelle Scuole sa essere un clamoroso falso. La lettera della Crui infatti ricorda i costi delle Scuole, con le 1000 ore di attività in presenza, gli investimenti per le attrezzature, i costi di gestione degli immobili e le spese amministrative. Oltre al fatto che il Quadro di indirizzi, all’articolo 5, già prevede che il 15% degli introiti delle rette sia destinato a borse di studio.
Questa iniziativa della Crui, oltre a prefigurare un vero e proprio scontro istituzionale, ci rimanda alla questione posta all’inizio. Che accesso vogliamo prevedere per la nostra professione? Già oggi le rette delle scuole sono alte e a queste si aggiungono i costi che i giovani devono affrontare per l’affitto degli appartamenti o delle stanze. La stragrande maggioranza degli studenti delle scuole sono fuorisede e la maggioranza delle Scuole si trova in città con un marcato caro affitti (tre a Milano, una a Bologna e Torino, tre a Roma dopo il recente e inaspettato via libera a Tor Vergata, ecc.). Se gli studenti non hanno una famiglia economicamente solida alle spalle saranno esclusi da questo percorso di accesso alla professione, visto che il praticantato in redazione è ridotto numericamente al lumicino. Ebbene le decisioni che la maggioranza che governa l’Ordine vuole imporre, per sanare un disavanzo da essa creato, finiranno fatalmente per riflettersi sulle rette, accentuando il problema del classismo.
Un classismo che è anche geografico. Solo due scuole sono al Sud, Napoli e Bari, e entrambe stentano a raggiungere il numero di studenti necessario a partire. Comprensibile: un giovane meridionale penserà di avere più chance di lavoro studiando nelle Scuole di Roma o Milano, i due maggiori poli dell’editoria nazionale. Una editoria, tuttavia, che è inevitabilmente almeno influenzata dai poteri delle due città, quello economico-finanziario a Milano e quello politico-amministrativo a Roma. E il nostro Mezzogiorno con la sua straordinaria tradizione giornalistica? Oltre al depauperamento editoriale, vogliamo assistere al depauperamento delle risorse umane e intellettuali, con l’Ordine complice?
L’attuale maggioranza che governa l’Ordine, che si atteggia a progressista, prima di far cassa in qualunque modo dovrebbe almeno porsi tali quesiti.
* Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti

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